
L'ultima settimana dell'anno, in tema mercato, ha visto, prima il sorpasso della Juventus nei confronti dei rivali capitolini nella corsa al giocatore, e poi, il definitivo passaggio alla corte di Allegri del venezuelano. Attorno alla figura di Rincon, tante sono state le parole spese, ma poche, e sottolineo, davvero poche, sono state quelle davvero calzanti per il nuovo incontrista a disposizione di Allegri.
A fare la voce grossa, soprattutto sul web, sono stati i confronti proposti dalle maggiori testate giornalistiche sportive italiane, le quali sono state fortemente accusate di aver definito il centrocampista inizialmente "sopravvalutato", nel momento in cui veniva accostato alle varie Roma,
Milan e Inter, per poi definirlo tutto d'un tratto "general" non appena sbarcato allo JMedical.
Ma qual è, quindi, la vera dimensione di Rincon? Può cambiare gli equilibri di un centrocampo? Può essere davvero il tassello mancante di una mediana così forte come quella juventina? Cerchiamo di andare a fondo alla questione analizzando quello che è stato Rincon negli ultimi due anni e mezzo genoani e puntando la lente d'ingrandimento su quello che è stato il suo reale apporto alla causa rossoblu.
La fase realizzativa non è di certo il suo cavallo di battaglia, 0,009 gol a partita sono un numero abbastanza eloquente in tema e ci fa capire come non sia lui la mezzala di inserimento e conclusione, ruolo che negli ultimi 800 giorni circa a Genova è stato occupato prima da Bertolacci, poi da Kucka e infine, quest'anno, da Rigoni (seppur con un sistema di gioco differente), ma bensì, come sia la mezzala che rende possibile il recupero del pallino del gioco in fase difensiva, e che la trasforma immediatamente in offensiva, permettendo l'avanzata delle ali (prima del Gasp, ora di Juric) e la successiva realizzazione da parte della punta o dello stesso centrocampista d'inserimento. Tutto questo, ad oggi, a Torino, viene demandato a turno ai vari Sturaro e Lemina, che solo a tratti sono riusciti nel compito, senza garantire quel tipo di tenuta a 360° che una compagine come quella juventina sembra richiedere in ogni incontro della stagione, a prescindere dall'avversario e dal contesto.

Rincon non è la sentenza, ma è la chiave di volta affinché questa venga emessa. Senza il suo lavoro oscuro, la tenuta fisica e dinamica delle sue squadre finisce per risentirne in maniera definitiva, ed è solo attraverso la sua assenza che notiamo tutti i connotati caratteristici della sua azione. Tomas è per la sua squadra quello che è un'armatura per un edificio, meno che mai barocco, più che mai essenziale; ed è proprio di essenzialità che è alla ricerca la Juventus, una squadra composta di campioni affermati di grande talento che ha forse perso negli ultimi due anni quella componente di aggressività e di voglia in mezzo al campo che l'ha resa ingiocabile per lunghi tratti degli scorsi 5 anni.
Il marchio impresso dalla prima Juventus di Antonio Conte, fatto di voglia, pressing e grinta ineguagliabile, è andato via via perdendosi nel corso dell'ultimo lustro "a causa" dell'aumento smisurato di talento all'interno della rosa, la quale ha raggiunto sì una maturità tecnica mai vista dai tempi dell'ultima Juve di Fabio Capello, ma che ha smarrito quella mentalità provinciale di inizio ciclo che la faceva sembrare un leone in gabbia. E se i vari Vidal, (il primo) Asamoah, e infine Pogba, sono riusciti nell'impresa di abbinare tecnica e corsa, alla squadra di oggi questa componente sembra essere venuta meno, non tanto per un deficit di mentalità, quanto più per un'impostazione personale votata più alla giocata che al sacrificio (e qui, si, mi sto riferendo proprio a Miralem Pjanic).
Il talento, come ben sappiamo, spesso non è sufficiente da solo per raggiungere TUTTI gli obiettivi prefissatisi. Ed è qui che dovrà giocare al meglio la sua carta Tomas Rincon, che per talento, sicuramente partirà indietro nelle gerarchie, ma che per grinta sarà sicuramente un nuovo punto di riferimento per i compagni, che troveranno in lui, come anticipato nel titolo, non un "general", definizione, sinceramente, troppo ambiziosa, ma un "jefe", un ufficiale su cui fare sempre affidamento, in ogni occasione.
Il compito di Tomas Rincon sarà semplicemente quello di essere se stesso, portare a Torino quello che ha fatto vedere a Genova e in Nazionale, e di ciò farne un punto di partenza; anche perché, nonostante l'anagrafe dica quasi 29 per lui, decollare rimane sempre l'obiettivo numero uno per chi nella vita non ha mai smesso di correre.
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