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domenica 24 maggio 2020

Apache: La vita di Carlos Tevez

La paura per noi era una cosa naturale. A volte stavamo giocando a pallone e cominciavano a sparare. I proiettili ci passavano sopra la testa, noi ci nascondevamo o ci buttavamo a terra. Dopo ridevamo, ci guardavamo e scherzavamo:"Ti sei cacato sotto!" Senza averne coscienza. Eravamo bambini. A un certo punto divenne normale per noi.


Se dopo il periodo di lockdown non siete ancora sazi di serie televisive, se vi appassianano le storie vere, se amate il calcio e siete affascinati da quello sudamericano, non potete lasciarvi sfuggire una delle ultime produzioni Netflix, Apache: la vita di Carlos Tevez.
Prodotta da Torneos e e diretta da Israél Adrian Caetano, Apache racconta l'infanzia, ma soprattutto l'adolescenza di Carlos Tevez, cresciuto a Barrio Ejército de los Andes, meglio noto come Fuerte Apache, quartiere di Ciudadela un comune che si trova alle porte di Buenos Aires e dove è fin troppo facile restare imbrigliati nella ragnatela dello spaccio di droga e della malavita.
La serie, strutturata in otto puntate, ci catapulta in una realtà che sembra lontana anni luce dalla nostra. In un quartiere dove si vive alla giornata e dove il primo pensiero è la sopravvivenza, vengono ripercorsi gli anni dell'adolescenza di Carlo Tevez, nato nel febbraio del 1984 da Fabiana Martinez, ma cresciuto con gli zii: Adriana Martinez, sorella di Fabiana e Segundo Tevez.
Sebbene alcuni eventi siano inventati per necessità cinematografiche, l'adolescenza di Tevez viene riprodotta fedelmente, grazie al determinante contributo dell'asso argentino, che ha assistito direttamente alle riprese, dispensando consigli sia alla regia che al bravissimo Balthazar Murillo, interprete del giovane Tevez. Le riprese sono state effettuate proprio al Fuerte, quartiere che Carlos Tevez porta nel cuore e che non ha mai dimenticato.

Gli episodi si aprono con aneddoti reali raccontati direttamente dal campione argentino, il che rende ancor più reale gli scenari che di lì a poco appariranno allo spettatore, il quale viene rapito dalla cruenza di una realtà definire problematica è davvero riduttivo. Toccante è la storia parallela del migliore amico di Carlos, Danilo Sanchez.
Visione consigliata anche a chi non è particolarmente appassionato di calcio, il quale rappresenta una cornice importante in tutta la serie e come spesso avviene in Sudamerica un'importante valvola di sfogo per i ragazzi che può, per i più talentuosi, trasformarsi in un formidabile trampolino di riscatto sociale, nonché esempio per le generazioni future affinché possano seguire l'esempio positivo di chi ce l'ha fatta nonostante le difficoltà.

di Lorenzo Rapino

martedì 12 maggio 2020

UNA GIOSTRA CHIAMATA ZDENEK

Tanti Auguri a Zdenek Zeman che compie oggi 73 anni 


Nella sua lunghissima ed altalenante carriera ci sono dei momenti stratosferici che resteranno impressi a fuoco nella memoria dei tifosi che lo sostenevano...
L’ultimo in ordine di tempo è ascritto alla stagione 2011/2012, quella di Pescara, una piazza che ama Il bel gioco, il 433 e le emozioni forti, una piazza figlia legittima di quello che in riva all’Adriatico chiamano il Profeta, Giovanni Galeone.
L’arrivo del Boemo porta subito entusiasmo, dopo anni di serie C ed una salvezza tranquilla ottenuta con il giovane Di Francesco.
Il mercato come per tutte le piccole società, non porta grandi nomi e sembra anche sparagnino, il gioiellino di casa Verratti, alcuni lo vedono ancora acerbo, su Immobile pesano le due stagioni negative con pochi goal all’attivo, poi c’è quell’Insigne che il Boemo ha voluto con lui a tutti i costi...
“Si ma viene dalla C!” Diranno gli scettici, che non sono pochi. L’unica certezza appare il Sindaco Marco Sansovini, approdato a Pescara in uno dei momenti più bui della storia calcistica della città, ma entrato nei cuori della gente a suon di goal!
“Chissà, speriamo di non retrocedere!” diranno in molti “Sicuramente vedremo tanti goal fatti e presi!” Risponderà qualcuno più speranzoso.
Ed invece... In poche settimane ci si rende conto di avere una squadra scintillante, giovane, gagliarda, pazza! 

Ed accade che in una stagione dove succede di tutto, tra Burian e neve, la tragica ed improvvisa morte di Franco Mancini prima e di Piermario Morosini poi, scomparsi a due settimane di distanza l’uno dall’altro, i ragazzini di Zeman prendono una rincorsa che partendo dal rigore di Immobile sul finire del primo tempo a Padova, inanellano una serie di 7 vittorie consecutive, che portano ad una incredibile quanto inaspettata serie A considerando le premesse.
La cigliegina sulla torta è rappresentata dal goal di Maniero contro la Nocerina che sancisce ad un minuto dal termine della stagione il primo posto nella serie Cadetta.
Il calcio è cinico, perché quella macchina perfetta verrà poi smantellata, anche a causa del richiamo ammaliatore della Capitale che riporterà il Boemo sulla panchina della Roma, ma senza fortuna e forse con qualche rimpianto di non aver accompagnato quei ragazzi, oggi diventati campioni, nella loro prima avventura in serie A in una città che li ha amati e che li ama ancora.
Tanti auguri Mr., le polemiche passano, il bel calcio resta.

di Lorenzo Rapino

giovedì 7 maggio 2020

RIDATECI IL LUNEDI' SERA...

Il grido di dolore di chi gioca a calcio per passione e si sente scippato dal subdolo Covid19!


Lunedi sera, uno dei tanti, ma non è come tutti gli altri. Questo è il lunedì sera. Veniamo da 6 vittorie di fila, siamo lanciatissimi e ci aspetta uno scontro diretto per le prime 4 posizioni in classifica. Di fronte abbiamo una corazzata, hanno un attacco stellare, il migliore del campionato e vengono anche loro da 8 risultati utili consecutivi.
Ci incontriamo 1 ora prima nello spogliatoio ma come al solito arrivo per primo, non lo hanno ancora aperto. Sono fatto così, qualcuno mi prenderà anche in giro ma ho questo modo di entrare in clima partita, inizio a concentrarmi ore e ore prima. Dicono che io sia quello che parla più di tutti, che non spengo mai la radio, ma l’ora prima della partita per me è solo silenzio e respirazione.
Ho incrociato il mister, mi ha fatto capire che stasera tocca a me. Mi sento pronto, come sempre. Anche quando palesemente non lo sono, mi sento sempre e comunque pronto. Iniziano ad arrivare anche gli altri compagni, quasi tutti insieme, come ci ha insegnato il mister. Mirko sfila e si siede accanto a me, mi fa un cenno di saluto. Ormai abbiamo un tacito accordo di scaramanzia, il terzino destro si siede accanto al terzino sinistro. Qualcuno chiacchiera, qualcun altro scherza, ci si prende affettuosamente in giro. C’è tanto cameratismo, tra poco ascolteremo il discorso del mister, e non volerà più una mosca. Da qualche mese ha cambiato approccio, ha trovato la quadra, in campo siamo spaventosamente cattivi e concreti, e giochiamo un calcio fantastico, tenuto conto della categoria. E’riuscito a trasformarci in un corpo unico, chiunque scenda in campo dà il suo contributo, e stiamo volando.
Questa partita non l’ha quasi neanche preparata, sa perfettamente come ci chiederà di giocarla, e sa anche che la giocheremo esattamente così. Ci appoggiamo alle individualità che in questo momento sono al servizio del collettivo, e ognuno aiuta il compagno. Siamo finalmente diventati un gruppo, oltre che una squadra. Partiamo con gli accorgimenti tattici, le consegne di ognuno, gli schemi da adottare sui calci piazzati. E’ calcio amatoriale? Non importa. E’ tutto maledettamente serio. E non ci abbiamo mai creduto così tanto.
Prende la parola il Capitano. “Mister come sempre andiamo a prenderli alti”. E questa frase a me da una carica pazzesca, me l’ha sempre data. Lui ride, scherza, prende in giro e si fa prendere in giro da tutti ma poi in campo, quando parla, dice sempre la cosa giusta. E’ un leader dentro e fuori dal campo. Poi parlerà l’altro leader, Giovanni, e io non ho ancora idea del perché giochi in mezzo a noi e non come professionista. Ci infonde sicurezza, ci carica ulteriormente e ci ricorda le consegne difensive. Ascoltiamo tutti e rispondiamo tutti, ma tanto lo sappiamo già come finirà questa partita. Dopo quasi due anni di lavoro, il mister ha trovato la quadra, e l’ha trovata dentro ognuno di noi e tirata fuori. Ci sono Moreno e Marco che hanno visto quasi tutto il girone di andata dalla panchina, adesso tocca a loro e sono 3 partite che con loro due dietro non si prende gol. C’è Gabriele che è letteralmente esploso, la butta dentro in qualsiasi maniera, c’è Andrea che finalmente gioca per tutta la squadra, e come gioca… C’è Alberto che sfotte il capitano dal martedì alla domenica, ma poi il lunedì sembra che in campo ce ne siano tre di Alberto, è dappertutto…Ci sono Lollo e Alo, gregari che vorrei al mio fianco ovunque nella vita, per quanto si mettono a disposizione del compagno e dell’allenatore…e poi ci sono io. Che non mi arrendo e non voglio smettere, che cerco di essere utile e dare una mano a tutti, anche fuori dal campo. E oggi tocca a me.
La partita inutile descriverla. Vinciamo 4-0. Li asfaltiamo. Ormai sappiamo che li possiamo asfaltare tutti. Siamo perfetti tutti, tutti e 18.
Ma poi arriva lo stronzo. Il virus. E siamo costretti a fermarci. Dobbiamo fermare la giostra, chiuderci in casa. Resta la sensazione di incertezza, resta la paura di non poter ripartire, ma resta la convinzione che il gruppo è granitico. Una famiglia. Tutti, nessuno escluso. Challenge con la carta igienica, video chat, processi in diretta instagram, gare di grigliate, ce le inventiamo tutte. E restiamo uniti. Restiamo aggrappati a quel girone di ritorno da finire, al sogno da inseguire.
Ridateci il lunedi sera. Ridateci lo spogliatoio. Ridateci le discussioni tra compagni di squadra, quelle a brutto muso che poi dimentichi come fanno tutti gli uomini. Ridateci la nostra missione di vincerle tutte nel girone di ritorno.
Ridateci il calcio. A qualsiasi livello.

di Lucio Ciaccio

lunedì 4 maggio 2020

Serie TV: The English Game

Agli albori del gioco più bello del Mondo


The English Game è una serie prodotta da Netflix e rappresenta un viaggio a ritroso nel tempo, agli albori del calcio, e si capisce subito perché qualcuno parlandone lo chiama “More than a game”.
Il calcio è infatti oggi lo sport più popolare del pianeta, ma non è stato sempre così: diffusosi inizialmente negli ambienti aristocratici inglesi, il calcio nato nella seconda metà del XIX secolo, divenne ben presto valvola di sfogo per la classe operaia, sia nella pratica dello sport che nel supportare la squadra della propria città o comunità il sabato, dopo cinque giorni di pesante lavoro nelle fabbriche.
The English Game descrive questo spaccato di storia moderna a cavallo tra gli anni ’70 e 80’ del XIX secolo, in cui i nascenti clubs costituiti da operai affrontano le corazzate aristocratiche in sfide impari sotto svariati punti di vista, per la conquista della FA Cup, competizione creata dalla FA ed istituita nel 1871.
In questo quadro si intrecciano le vicende di Fergus Suter, Jimmy Love e Lord Kinneard, i primi due sono operai scozzesi trasferitisi in Inghilterra a Darwen per amore del calcio e per necessità lavorative, mentre Lord Kinneard è nobile banchiere che capisce da subito le potenzialità del gioco del calcio, e l’impossibilità che questo resti un passatempo ad uso esclusivo dell’aristocrazia.
Il calcio come strumento per la lotta di classe, ma anche di unione sociale e fair play in un contesto storico, quello della società industriale di fine ‘800 davvero molto lontano dai giorni nostri e da come viene oggi vissuto uno sport diventato principalmente business.
The English Game è strutturata su sei episodi che scorrono via molto piacevolmente lasciando nello spettatore un misto di emozioni, che vanno dall’ammirazione per chi ha contribuito allo sviluppo del calcio, alla nostalgia per quel sentimento che spesso sembra essersi perduto nel business fino ad un pizzico di tenerezza suscitato da quei personaggi che hanno fatto storia e che non hanno potuto vedere fino in fondo di cosa sono stati artefici.
Da vedere, consigliato.

di Lorenzo Rapino

sabato 25 aprile 2020

A CHIUNQUE VOGLIA CAMBIARE LE COSE



Caro calcio,
quanto ci manchi.

"Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio".  Probabilmente nessuna frase potrà meglio esprimere il sentimento che questo sport genera in ogni appassionato.
Accade, però, che il bambino cresce, la vita gli riserva un percorso diverso, distante dal sogno nato inseguendo un pallone, e i ricordi, seppur forti, sembrano ormai lontani. Tuttavia, a dispetto di quanto si possa pensare, qualcosa è rimasto invariato in quel bambino ormai adulto: la passione.
Passione che lo spinge a giocare con gli amici ogni giovedì, dopo il lavoro, o che addirittura gli permette di allenarsi in settimana e, nel week-end, calcare i campi delle categorie dilettantistiche. Perché, in fondo, a contare davvero è l'essenza, in ogni ambito.
Eppure tutto ciò non gli basta, manca ancora qualcosa, un piccolo tassello che permetta l'incastro di ogni singola parte. Sì, perchè sono le emozioni che gli regala lo stadio, il famoso ultimo tassello, a rendere il calcio ancor più  elemento determinante della sua vita. Una volta lì dentro non importa che da bambino avesse sognato infinite volte di essere sul prato verde, non importa che quel sogno si sia infranto già da tempo, ciò che conta è essere lì, sui gradoni, a supportare la propria squadra, la propria maglia, la propria città o semplicemente a godere di uno spettacolo ogni volta irripetibile. In fondo, chi gode di questo sport, ne gode ovunque, a prescindere dal fatto che in campo ci sia la propria squadra o ce ne siano altre due. Certo, il trasporto emotivo può essere differente, ma la passione è esattamente identica.
Purtroppo, però, e giungo al punto, al giorno d'oggi entrare in uno stadio diventa sempre più complicato. E non mi riferisco alle restrizioni di ogni genere adottate dalla politica. No, non solo almeno, bensì vorrei porre la vostra attenzione sul prezzo dei biglietti che, da anni ormai, continua a crescere a dismisura. Perché, a suo discapito, il protagonista della nostra storia non può permettersi di accompagnare il figlio allo stadio, non può permettersi di condividere una parte di sè con il suo bambino. Il lavoro che fa gli consente di mandare avanti la famiglia, certo, e in casa fortunatamente non manca nulla. A lui non pesa dover rinunciare all'abbonamento in curva, per garantire un futuro dignitoso al figlio sarebbe disposto a sopportarne di peggiori. Addirittura si ritiene fortunato viste le condizioni economiche di tante famiglie al giorno d'oggi, costrette a lottare per il pane da mettere in tavola.  Un comportamento ineccepibile il suo, valori che meritano un rispetto profondo, in definitiva un eroe moderno.
Eppure, e su questo vi chiedo di soffermarvi, non ci siamo sempre raccontati la storiella del calcio sport popolare? Non ci siamo sempre voluti distinguere da altri sport definiti,quasi con disprezzo, per ricchi? Beh, la risposta è sì, e fino a qualche anno fa l'avrei anche urlata a gran voce, ribadendo a tutti un concetto di cui ciascun appassionato andava fiero.
Col passare degli anni le nostre urla sono diventate sussurri e ben presto finiranno per trasformarsi in silenzi, di vergogna aggiungerei.
Non possiamo accettare che un padre di famiglia non solo sia costretto a rinunciare alla sua passione ma non possa neanche trasmetterla al figlio. Ci sono anche altri modi per farlo, è vero, basta qualcosa da prendere a calci... Ma davvero vogliamo abituarci all'idea di stadio inteso come luogo riservato ad una ristretta elite?
Il fascino dello sport popolare si sta perdendo, sta a noi impegnarci affinché ciò non accada. Sinceramente non sono convinto di avere le risposte necessarie in un mondo, e non solo quello dello sport, in cui il profitto conta più di qualsiasi altra cosa. Ma sono sicuro che un dibattito tra chi questo mondo lo ama davvero possa incentivare quantomeno un ritorno al passato, in cui i settori popolari lo erano davvero e non solo per definizione.
Ciascuno di noi può far qualcosa, io ho iniziato semplicemente scrivendo questo articolo con la speranza che la mia voce abbia un seguito affinché il nostro protagonista possa finalmente tornare a coltivare la sua passione e, soprattutto, condividerla con suo figlio.

Caro calcio, quanto ci manchi

di Sasha Del Signore

sabato 5 ottobre 2019

RECENSIONI: George Best The Best

Maradona Good, Pelé Better, George Best


Tutta la vita di George Best in un libro? Sembra assolutamente riduttivo, perché George Best è stato un rivoluzionario del calcio, ha vissuto letteralmente molte vite ed in lui troviamo decine e decine di storie e aneddoti che si intrecciano e si susseguono in un turbine di eventi: dalla tribolata storia del suo paese, al suo amore per il calcio unito alle sua più grande debolezza, l'alcol, passando alla voglia di normalità di una famiglia investita all'improvviso dalla notorietà di un ragazzo prodigio che a soli 22 anni riesce a portare la Coppa dei Campioni a Manchester, ma che trova sempre un modo per complicarsi la vita.
George Best può essere definito la prima grande star del calcio, ribattezzato addirittura il quinto Beatle sia per la sua capigliatura sia per il suo voler vivere da rockstar; una stella che avrebbe sicuramente potuto brillare di più e più a lungo se non ci fosse stata quella dannata bottiglia al suo fianco, come costante della sua esistenza.
Il libro è appassionante fin dalle prime pagine e colpisce la grande autocritica del calciatore nel raccontare gli episodi sia calcistici che fuori dal campo vissuti in prima persona. 
Consigliato a tutti gli amanti del calcio ed ai giovani che hanno solo sentito parlare del primo grande numero 7 della storia del Manchester United.

di Lorenzo Rapino

giovedì 5 settembre 2019

RECENSIONI: Un Capitano

Francesco Totti con Paolo Condó



Un Capitano è un viaggio nella vita di una delle icone del nostro calcio, Francesco Totti. 
Un campione che ha rinunciato a palcoscenici e trofei di indiscusso valore per sposare la causa giallorossa, dimostrando ancora una volta che il calcio trascende il valore dei soldi più di quanto si possa pensare.
La prima parte è una macchina del tempo, in cui tutti i ragazzi nati tra gli anni 70 e 80 posso immergersi in un mix di nostalgia e ricordi d’infanzia in cui rispecchiarsi tra campi di calcio improvvisati, scorribande di quartiere e palloni incastrati sotto le macchine, sognando la serie A.
Molto emozionante anche il racconto dei mondiali 2006 e gli aneddoti di un gruppo entrato nella leggenda, salito sul tetto del Mondo contro ogni pronostico, ma che a guardarsi indietro è stata forse la nazionale più forte di sempre, capace di regolare anche i padroni di casa.
Davvero consigliato.

di Lorenzo Rapino

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