Un Top Player quando è in campo ha un unico pensiero: dimostrare di essere il più forte... Ed è questa una costante che lo accompagna dal primo calcio dato al pallone, fino alla fine della carriera...
L'immagine della dicannovesima giornata di Serie A ci consegna le lacrime di un ragazzo di 23 anni, non sono lacrime versate per una sconfitta, per un errore decisivo o per un qualsivoglia scandalo, non sono neanche lacrime di dolore, seppur legate ad un infortunio. Sono le lacrime di un ragazzo che insegue un sogno, un sogno coltivato fin da quando era bambino: un ragazzo che sente davvero di poterlo realizzare questo sogno, essere il migliore, emergere, entrare a far parte di quel ristretto club di calciatori chiamati Top Player, una cerchia molto ristretta...
Un'Elite, di cui si può far parte solo se quel sogno cullato fin da piccolo rappresenta davvero il tuo obiettivo di vita, dove ci arrivi con costanza e dedizione, sacrificio e testardaggine, percorrendo una strada tortuosa e piena di ostacoli dove di certo non incontrerai amici che ti stenderanno tappeti rossi, ma molto più probabilmente avvoltoi e sciacalli che vorranno arricchirsi alle tue spalle fregandosene del tuo destino.
Troppo spesso siamo vittime di un banale qualunquismo che attribuisce a questi ragazzi appellativi poco edificanti, senza considerare veramente cosa si nasconde dietro il percorso che porta al successo, alla realizzazione ed infine, per quei pochi eletti l'ingresso nell'Olimpo del calcio: il club dei Top Players, delle Leggende.
Certo, nessuno può negare che giocare a calcio per vivere non sia bello, entusiasmante ed appagante anche dal punto di vista economico, ma è anche vero che ognuno è arbitro del proprio destino e se capisci di potercela fare, non è un reato provarci, riuscirci e raccoglierne i frutti. Perchè, in fondo come diceva Mandela "Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso".

Un campione, un top player, quando è sul terreno di gioco non ha in mente i milioni, le belle macchine, o le donne che gli corrono dietro, ma è perfettamente concentrato sul proprio avversario, e sul come batterlo. Non c'è altro, sembra incredibile, ma è così. Perché il calcio è uno sport romantico, un pò troppo a volte e ci regala storie e favole che ci fanno innamorare, momenti memorabili e momenti tristi. I protagonisti non sono attori, ma ragazzi che coltivano e vivono un sogno, una delle poche cose davvero reali rimaste a questo Mondo.
I grandi goal, le grandi parate, le grandi imprese di squadre che vincono con il cuore sono le immagini che amiamo ricordare, soprattutto se legate a vittorie della nostra squadra del cuore, ma probabilmente il romanticismo di lacrime versate per una sconfitta, ha lo stesso fascino di una vittoria, perché ci mostra l'umiltà e l'umanità di un gladiatore dei nostri giorni che deve accettare il verdetto del campo dopo la battaglia.
Le lacrime di Mattia Perin sono vere, perchè sono le stesse di un ragazzino che si sbuccia un ginocchio ed è costretto a guardare i propri amici giocare nel campetto sotto casa aspettando di guarire, sono vere perché rappresentano l'ennesimo ostacolo in quel percorso che porta all'eccellenza, sono vere perché un vero professionista non pensa ai milioni o alla fama, ma a quanto tempo ci vorrà per tornare su quel prato verde che nel suo cuore è lo stesso del campetto sotto casa, dove contava e dove conta solo una cosa: VINCERE.In bocca al lupo Mattia Perin, siamo certi che ti rialzerai e tornerai ancora più forte: il calcio italiano ha bisogno di te, delle tue parate e del tuo carisma. Tanti campioni sono caduti e si sono rialzati più forti di prima, anche dopo un grave infortunio, siamo certi che ce la farai. TI ASPETTIAMO.
di Lorenzo Rapino

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